Elia Stelluto – Autobiografia

Negli anni quaranta frequentavo molto il convento di San Giovanni Rotondo ero ragazzo e andavo spesso dai frati, sia per servire la Santa Messa che per mangiare qualcosa, erano tempi duri e i frati ci aiutavano. Non potrò mai dimenticare P. Agostino da San Marco in Lamis (il Padre spirituale di Padre Pio n.d.r.) che sembrava burbero ma in realtà con noi ragazzi era tanto dolce. La prima cosa che ci insegnò fu la dottrina cristiana. Durante questi momenti ho conosciuto Padre Pio.

Un giorno dopo aver servito la messa andammo in giro per il convento, ma non c’era niente da mangiare, neanche per i Padri cappuccini, era una giornata nera. Andammo verso il paese (era primavera e i mandorli già davano i frutti), ci fermammo poco lontano dal convento vicino a una bacheca dove c’era l’immagine di Padre Pio e ci mettemmo a mangiare le mandorle fresche. Ad un certo momento uscì una signora che ci rimprovero perché avevamo rubato le mandorle ancora amare. Io risposi che non stavamo rubando ma mangiando. Tanta era la fame che non c’eravamo resi conto del sapore. Allora la signora ci invitò a scendere gli scalini verso il piano sottostante. Timidi e impauriti ci preoccupammo: pensavamo che la signora chiamasse i carabinieri o ci desse delle botte. Invece fu tanto gentile e ci offrì un pezzo di pane con un po’ di zucchero. Guardandoci intorno scoprimmo che quella non era una casa ma un negozio (il primo negozio di souvenir dedicato a Padre Pio, n.d.r.). Abresh il titolare, aveva delle foto bagnate da fare asciugare sul tavolo. La signora disse a me personalmente: “Cosa fai durante il giorno” risposi “vagabondo per il paese”. Purtroppo a causa della guerra, le scuole servivano ad accogliere gli sfollati di Foggia duramente bombardata dagli alleati. Allora la signora mi chiese se ero disponibile a comprare qualcosa per suo conto nelle case private perché non c’erano negozi a San Giovanni Rotondo e la casa degli Abresh era distante tre chilometri dal paese al quale era collegata da una mulattiera. Fu così che cominciai a frequentare casa Abresh e ad appassionarmi all’arte della fotografia.

Poco tempo dopo comprai una modesta macchina fotografica con la quale cominciai a scattare foto a Padre Pio nel convento, cosa tassativamente proibita a tutti i fotografi professionisti, compreso il mio maestro Abresh.

Quando Padre Pio mi vide per la prima volta con la macchina fotografica mi chiese: “Guagliò, chev’è chella macchina” (ragazzo cosa è quell’aggeggio). Gli risposi che era una macchina fotografica e subito cominciai a scattargli le prime foto e dopo averle sviluppate e stampate, il giorno dopo le mostrai a Padre Pio, il quale mi disse apertamente che alcune di esse non gli piacevano. Il mio maestro Abresh era invece contentissimo del fatto, perché le foto erano bellissime.

Da allora tutti i giorni andavo al convento e scattavo tante foto, giocando con la macchina fotografica che lo stesso P. Pio prendeva spesso in mano per osservarla.

Io ero un adolescente ed Abresh era contento in quanto riusciva ad arricchire, tramite le foto che io scattavo, il suo archivio fotografico.